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martedì 15 agosto 2017

Rifiuti, che fine ha fatto il decreto con i criteri per l’assimilazione degli speciali agli urbani?

Atteso dal 1997, una sentenza del Tar Lazio ne imponeva la pubblicazione entro ieri. Ma dal governo non arrivano notizie.


Sono scaduti 2 giorni fa i 120 giorni entro i quali il ministero dell’Ambiente, di concerto con quello dello Sviluppo economico, avrebbe dovuto finalmente produrre un decreto con cui stabilire i criteri per l’assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani. A imporlo è la sentenza del Tar Lazio pubblicata lo scorso 13 aprile: 120 giorni concessi al governo per sanare quanto non fatto in vent’anni, e caduti ancora una volta nel vuoto.

Già il decreto Ronchi del 1997 (il Dlgs 22/1997) imponeva la definizione da parte dello Stato di criteri – quantitativi e qualitativi – omogenei sul territorio nazionale per l’assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani, criteri mai arrivati. La conseguenza è stata il caos, con i regolamenti comunali chiamati a supplire (ognuno in modo differente dall’altro) a quanto il governo non è stato in grado di stabilire, ovvero stabilire in quali casi e quantità i rifiuti derivanti attività produttive, commerciali e di servizio (gli speciali) possano essere assimilati agli urbani, e dunque gestiti secondo le logiche del “servizio pubblico essenziale” e i suoi costi, da coprire integralmente tramite la Tari.

Si badi che la partita è tutt’altro che marginale. Delle circa 160 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti ogni anno in Italia neanche il 20% è composto da rifiuti urbani, con l’80% dominato dagli speciali. Non c’è dunque da stupirsi che – come testimoniano le aziende di settore – i rifiuti speciali assimilati arrivino a pesare anche per il 50% dei rifiuti gestiti nell’ambito del servizio pubblico, ovvero insieme agli urbani.

Nonostante un’attesa già ventennale, la sentenza del Tar e le crescenti difficoltà dei territori, il decreto ministeriale con i criteri per l’assimilazione può attendere: la bozza prodotta dal governo e circolante a giugno non convinceva le imprese di settore, e un testo definitivo rimane lontano dall’essere reso noto.


Da: www.greenreport.it


domenica 13 agosto 2017

Gazzetta dell'Adda del 13 agosto 2017 - Pagina Capriate San Gervasio

URBANISTICA
Crespi: e’ stato adottato il piano particolareggiato. Corsa contro il tempo e Consiglio «balneare» per sottoporre lo strumento urbanistico all’Assise. In aula i politici e i tecnici estensori.

Un altro tassello è andato ad aggiungersi al complesso mosaico destinato a incidere sul futuro di Crespi d’Adda.
Mercoledì sera, infatti, il Consiglio comunale ha adottato il Piano particolareggiato per il Villaggio, riconosciuto sito del patrimonio mondiale dell’Unesco dal 1995.
A votare a favore dello strumento urbanistico sono stati solo i componenti della maggioranza, mentre i rappresentanti dell’opposizione, Mauro Dorici di «Con Dorici per tutti», e Cristiano Esposito e Donatella Pirola di «Impegno in Comune», hanno preferito astenersi...


PIANO PARTICOLEGGIATO
Un punto fermo davanti alla storia.

Un punto fermo, la volontà dell’Amministrazione di far vedere quello che il Comune e i cittadini vogliono per Crespi.
E’ stata questa l’impressione che si è avuta seguendo l’iter e l’accelerazione finale per arrivare all’adozione del Piano particolareggiato per Crespi, uno strumento che l’Amministrazione comunale ha voluto portare in aula il prima possibile...


EVENTO
L’Unione commercianti capriatese sponsorizzerà le vetture della Scuderia Orobica Speed.
Il nome di Ucica sulle auto per il Mongol Rally.

Il nome di Capriate arriverà fino in Mongolia.
L’Ucica, l’associazione che riunisce al suo interno i commercianti, gli artigiani e gli imprenditori della città ha infatti deciso di sponsorizzare con i suoi colori le auto della Scuderia Orobica Speed che parteciperanno all’edizione 2018 del Mongol Rally.
Ad annunciare la decisione di Ucica di essere presente sulla livrea delle vetture che disputeranno il Mongol Rally è stato il presidente del sodalizio Giacomo Chignoli...


BREMBATE E CAPRIATE
I due Comuni speravano di aprire i posteggi in occasione di Expo. Parcheggi A4, tre anni per una firma.

Anni fa l’allora sindaco di Brembate Angelo Bonetti li aveva definiti una «cattedrale nel deserto». Poi le Amministrazioni comunali di Capriate e Brembate, avevano sperato di aprirli al pubblico, regolamentati, in occasione dell’Expo milanese nel 2015.
Attualmente, però, la situazione non è cambiata...
 



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Perché la scuola deve usare esclusivamente software libero.


Esistono motivazioni generali perché tutti gli utenti informatici debbano insistere con il software libero: esso offre agli utenti la libertà di poter controllare il proprio computer; con il software proprietario il computer fa quanto stabilito dal proprietario del software, non quel che vuole l’utente. Il software libero offre inoltre agli utenti la libertà di poter collaborare tra loro. Queste caratteristiche si applicano alla scuola come a qualsiasi altro soggetto. Lo scopo di questo articolo è di evidenziare le caratteristiche che si applicano in modo specifico al settore dell’istruzione.


In tutte le attività legate all’istruzione, come le scuole, deve esserci l’obbligo morale di insegnare solo software libero. Ecco i motivi.

Primo, il software libero consente alle scuole di risparmiare. Il software libero offre agli istituti scolastici, come ad ogni altro utente, la libertà di copiare e ridistribuire il software, di conseguenza il sistema didattico può farne copie per tutti i computer di tutte le scuole. Nei paesi poveri, ciò può contribuire a colmare il divario digitale.

Quest’ovvia motivazione, pur se importante nella pratica, è alquanto superficiale. E gli sviluppatori di software proprietario possono eliminare questo svantaggio donandone delle copie alle scuole. (Attenzione! Una scuola che accetti simili offerte potrebbe ritrovarsi a dover pagare per i successivi aggiornamenti). Passiamo quindi a considerare le motivazioni più profonde.
La scuola ha una missione sociale: insegnare a chi studia a diventare cittadino di una società forte, capace, indipendente, collaborativa e libera. Dovrebbe promuovere l’uso del software libero così come promuove il riciclaggio. Se la scuola insegna l’uso del software libero, gli studenti tenderanno ad usarlo anche dopo aver conseguito il diploma. Ciò aiuterà la società nel suo insieme ad evitare di essere dominata (e imbrogliata) dalle multinazionali.

Quel che la scuola dovrebbe evitare di fare è insegnare la dipendenza. Le multinazionali offrono alle scuole dei campioni gratuiti per lo stesso motivo per cui le aziende produttrici di tabacco distribuiscono sigarette gratis: creare dipendenza nei giovani. Una volta che gli studenti saranno diventati adulti, queste aziende non offriranno loro più alcuno sconto.

Il software libero consente a chi studia di poter imparare il funzionamento di un programma. Alcuni studenti, quando diventano adolescenti, vogliono imparare tutto quanto c’è da sapere riguardo al computer e al software. Sono animati dalla fervida curiosità di leggere il codice sorgente dei programmi che usano ogni giorno. Per imparare a scrivere del buon software, gli studenti devono poterne leggere e scrivere una grande quantità. Hanno bisogno di leggere e comprendere programmi reali, di uso concreto. Solo il software libero permette questo.

Il software proprietario ne respinge la sete di conoscenza; dice loro: “La conoscenza che stai cercando è un segreto: vietato imparare!” Il software libero incoraggia tutti ad imparare. La comunità del software libero rifiuta “il sacerdozio della tecnologia”, secondo cui il grande pubblico va tenuto nell’ignoranza sul funzionamento della tecnologia; noi incoraggiamo gli studenti di ogni età e situazione a leggere il codice sorgente e ad imparare tutto quello che vogliono sapere.

La più profonda motivazione in sostegno all’utilizzo del software libero nella scuola è per la formazione morale. Dalla scuola ci si aspetta l’insegnamento di fatti fondamentali e di capacità utili, ma ciò non ne esaurisce il compito. Missione fondamentale della scuola è quella di insegnare a essere cittadini coscienziosi e buoni vicini, e quindi anche ad aiutare gli altri. In campo informatico ciò significa insegnare la condivisione del software. Le scuole, a cominciare dalle elementari, dovrebbero dire ai ragazzi: “Se porti a scuola del software devi dividerlo con gli altri bambini. E devi mostrare il codice sorgente ai compagni, se qualcuno vuole imparare.”

Naturalmente la scuola deve praticare quanto predica: agli studenti dovrebbbe essere consentito copiare, portare a casa e ridistribuire ulteriormente tutto il software installato all’interno dell’istituto.

Insegnare a chi studia l’uso del software libero, e a far parte della comunità del software libero, è una lezione di educazione civica sul campo. Ciò insegna inoltre il modello del servizio pubblico anziché quello dei potentati. Il software libero dovrebbe essere usato in scuole di ogni ordine e grado.

Articolo tratto da GNU.org di Richard Stallman


sabato 5 agosto 2017

Gazzetta dell'Adda del 5 agosto 2017 - Pagina Capriate San Gervasio

POLITICA
«IL BUSINESS DEI MIGRANTI IN VIA CERESOLI FRUTTA 66MILA EURO AL MESE». Giovedì pomeriggio il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini ha visitato il centro di accoglienza cittadino.

Accolto come una rock star tra selfie, autografi e applausi. Era atteso in città l’arrivo del leader della Lega Nord Matteo Salvini e l’appuntamento con i suoi sostenitori, non poteva che essere via Ceresoli, dove opera una struttura di accoglienza che ospita più di sessanta richiedenti asilo, e cuore del centro storico cittadino dove i residenti si lamentano per la situazione di degrado...


IL CASO
La riqualificazione di Via Vittorio Veneto finisce in tribunale Viabilità L’impianto, pedonale e a chiamata, sarà installato all’altezza dell’ingresso alla galleria Sant’Alessandro.
Intanto il vicesindaco Carlo Arnoldi ha promesso l’installazione di un semaforo.

Via Veneto non può più aspettare. E così il Comune ha deciso di muoversi in prima persona senza attendere l’intervento dell’operatore che avrebbe dovuto procedere con la riqualificazione di uno dei tratti di strada più importanti della città. Ad annunciare i prossimi passi dell’Amministrazione per via Vittorio Veneto è stato, nel corso del Consiglio comunale di lunedì, il vicesindaco Carlo Arnoldi...




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venerdì 4 agosto 2017

Non delegare, partecipa!


 

In Italia ci siamo riusciti: attraverso Internet, in quattro anni siamo passati da zero a 8.700.000 voti con il MoVimento 5 Stelle. E oggi abbiamo oltre due 2.200 membri del MoVimento eletti in tutta Italia. E tra questi abbiamo oltre 130 parlamentari italiani, 15 membri del Parlamento europeo e 36 sindaci di diverse città italiane, tra le quali Roma, Torino, Livorno, Ragusa e molte altre. La democrazia rappresentativa è stata probabilmente il miglior modello che potessimo avere fino a qualche anno fa, ma grazie a Internet e agli strumenti che si possono utilizzare attraverso la rete oggi la partecipazione è probabilmente la migliore democrazia che si possa avere.

Ed è proprio quello che abbiamo realizzato in Italia: grazie agli strumenti della piattaforma online che porta il nome di Rousseau, oggi oltre 140.000 partecipano attivamente alla vita del MoVimento 5 Stelle. Il nome “Rousseau” è un omaggio a Jean-Jacques Rousseau, famoso filosofo francese che riteneva che se si vuole conoscere il pensiero del popolo è necessario chiedergli cosa pensi. Ed è proprio quello che noi facciamo con il MoVimento 5 Stelle e con Rousseau: stimoliamo le persone perché partecipino, perché dicano al MoVimento in quale direzione deve muoversi e chi eleggere. La nostra prima applicazione è Vota: le persone possono realmente decidere chi entrerà a far parte delle liste del MoVimento 5 Stelle. Ad esempio, alle elezioni europee avevamo 87.000 possibili candidati e 5.000 di essi si sono effettivamente presentati, pubblicando online i loro curricula, i loro video e tutte le informazioni sulla loro persona e sulle loro intenzioni rispetto al MoVimento 5 Stelle. 73 di essi sono effettivamente entrati nella lista. Oggi il MoVimento 5 Stelle è rappresentato al Parlamento europeo da 15 membri, che provengono da quegli 87.000 possibili candidati.

La stessa applicazione è stata utilizzata, ad esempio, a Roma, dove oltre 10.000 persone avrebbero potuto candidarsi. In duecento l’hanno fatto e oggi abbiamo 29 consiglieri comunali e il primo sindaco donna della Capitale. Una volta eletti, i parlamentari del MoVimento 5 Stelle sono obbligati a discutere online del loro lavoro con gli utenti di Rousseau. Attraverso questa applicazione, Lex (Legge, in latino), oggi abbiamo 250 leggi in fase di discussione, con oltre 80.000 commenti, integrazioni e modifiche da parte dei membri del MoVimento 5 Stelle. Questo è un esempio di come il MoVimento 5 Stelle arrivi a presentare le leggi in Parlamento. Non delegare, partecipa! È necessario mettere le persone in condizione di partecipare ai processi di legiferazione. Quando le leggi si fanno più complesse per la discussione, ci avvaliamo di un sistema più articolato, che ci consente di arrivare a elaborare leggi complesse attraverso Internet, i voti e la partecipazione. Ad esempio, nel 2014 abbiamo scoperto che la nostra legge elettorale era incostituzionale. Il MoVimento 5 Stelle doveva pertanto proporre una propria legge elettorale.

Abbiamo discusso per tre mesi online per trovare il modello migliore da adottare in Italia e l’abbiamo fatto chiedendo a un docente universitario di spiegare i punti principali della legge elettorale e chiedendo alle persone di votare tutti i punti principali della legge elettorale e di definire le mosse future: dopo tre mesi di discussioni e voti online, è nata la legge elettorale proposta dal MoVimento 5 Stelle. In questo modo, stiamo di fatto definendo il programma di governo per le prossime elezioni, stimolando le persone a partecipare e votare online. Ma che cosa succede se una persona vuole proporre una legge ai nostri rappresentanti in Parlamento? Abbiamo pensato anche a questo e oggi abbiamo Lex Iscritti, un’altra applicazione che consente alle persone di proporre le loro leggi che, se votate da tutti gli altri, saranno portate in Parlamento. La persona che propone la legge andrà fisicamente in Parlamento a scriverla con lo staff del MoVimento e la presenterà. Oggi abbiamo oltre 5.000 leggi di iniziativa popolare, 12 delle quali sono già state portate in Parlamento.

Internet può essere utilizzato anche per organizzare le persone, ad esempio abbiamo sviluppato un sistema che consente alle persone elette con il MoVimento 5 Stelle di condividere quello che fanno nei loro consigli comunali o in Parlamento o ovunque stiano lavorando, così altre persone in altri consigli comunali potranno trarre ispirazione dalle loro iniziative, se le ritengono meritorie. Per partecipare all’arena politica, devi essere informato e proprio per questo abbiamo creato una piattaforma di e-learning che consente, ad esempio, alle persone appena elette in consiglio comunale di seguire un corso dedicato, per apprendere tutto quello che devono sapere per entrare in un consiglio comunale. E su questa piattaforma di e-learning tutti gli altri candidati o gli esperti che partecipano alla vita del MoVimento possono creare corsi, di modo che tutti possano condividere le loro competenze. Ultimo, ma non per importanza, Attivismo, un set di applicazioni create per consentire alle persone di partecipare a battaglie e attività locali organizzate dal MoVimento 5 Stelle. A proposito, tutto questo è finanziato attraverso micro-donazioni; non utilizziamo denaro pubblico perché con un referendum, negli anni 90, gli italiani hanno votato per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

Dopo tale risultato, i partiti hanno deciso che non si sarebbe più chiamato “finanziamento pubblico” ma “rimborso”. Ad esempio, alle elezioni politiche del 2013, abbiamo ottenuto circa 700.000 euro attraverso le micro-donazioni da 30 euro ciascuna e ne abbiamo spesa solo la metà; l’altra metà è stata donata per la ricostruzione di una scuola di una città distrutta dal terremoto. Avendo ottenuto 8.700.000 voti, la cifra corrisponde all’incirca a 4 cent. spesi per voto. Il rimborso a cui avevamo diritto è pari a € 4,87 per voto, ossia oltre 100 volte quello che abbiamo speso: e lo chiamano “rimborso”! Abbiamo detto no a 42.000.000 euro a cui avevamo diritto, perché i referendum per noi hanno significato. Non accontentatevi di delegare, scegliete di partecipare! È possibile, in Italia l’abbiamo fatto, con il MoVimento 5 Stelle e Rousseau!

da: www.beppegrillo.it