venerdì 30 dicembre 2016

Chi paga il conto di Mps? Gli italiani, con più Iva, più accise e consumi a picco.

Venti miliardi per la messa in sicurezza del sistema bancario italiano. Venti miliardi per scongiurare l’aumento di Iva (al 25%) nel 2018. A fine anno manca ancora una manciata di giorni, ma al ministero del Tesoro è già tempo di fare i conti per l’immediato futuro: il Paese si è rivelato improvvisamente fragile. E a pagare i conti delle disastrose politiche economiche italiane sono gli stessi cittadini destinati a stringere la cinghia di fronte a una disoccupazione che non cala, salari che non crescono e tasse che sono destinate ad aumentare per far fronte agli squilibri di bilancio.
A far precipitare la situazione è stata la scelta dell’ex premier Matteo Renzi di caricare di inutili significati il referendum costituzionale, da cui è uscito sconfitto. A complicare le cose è invece l’incapacità di chi ha governato i conti pubblici degli ultimi anni di cavalcare le misure eccezionali della Bce che ha inondato di liquidità l’Eurozona. Il resto del Vecchio continente è tornato a crescere, mentre l’Italia è ferma al palo con un debito pubblico in costante aumento e un deficit che resta sotto controllo solo a fatica. Peggio: il fardello del debito è destinato a togliere ulteriore spazio alle già deboli politiche fiscali espansive.


Insomma Renzi è riuscito a fare precipitare il Paese in una circolo vizioso: quando la scorsa estate avrebbe potuto, il segretario del Pd non ha voluto mettere in sicurezza Mps e le altre banche italiane per non aprire un tavolo con Bruxelles. Temeva che in autunno la Ue non avrebbe concesso i margini di flessibilità necessari alla sua legge di bilancio. Renzi ha quindi fatto un calcolo politico che costerà caro a tutti gli italiani.

E sì perché la Commissione europea è stata abbastanza chiara nel ricordare all’Italia che nonostante le difficoltà l’obiettivo di riduzione del debito resta prioritario. E lo stesso ministro dell’economia Pier Carlo Padoan ha ribadito più volte che “ridurre il rapporto debito/Pil è uno degli obiettivi fondamentali del governo italiano insieme con l’impegno a ridurre il deficit”.
L’Italia deve quindi proseguire il proprio percorso di consolidamento fiscale: per rispettare gli impegni del fiscal compact deve tagliare il rapporto debito/pil di 3,5 punti l’anno. Fino ad oggi le regole Ue non sono mai state rispettate, ma le norme prevedono che i controlli scattino proprio dal 2016.

Il sentiero, quindi, si fa sempre più stretto. Secondo S&P il salvataggio di Mps farà aumentare il debito/pil di 1,2 punti: in sostanza per non infrangere le regole europee il rapporto dovrebbe calare di 4,7 punti, circa 70 miliardi di euro in valori assoluti. In una situazione “normale” con una crescita annua del Pil dell’1,5% e l’inflazione all’1,5% per far calare il debito/pil di 3,5 punti, “basterebbe” fermare il deficit allo 0,5% (in Italia il dato più basso è l’1,5% del 2007), ma in questo contesto l’obiettivo diventa semplicemente impossibile.

Lo dimostrano tutte le previsioni sbagliate degli ultimi anni. Persino le privatizzazioni si sono rivelate un fallimento: tra il 2012 e il 2016 il Tesoro ha incassato appena 20 miliardi di euro, l’1,3% del Pil. Troppo poco per pensare di ridurre in maniera sensibile lo stock di debito.

Difficile anche immaginare di spingere l’acceleratore della crescita: il 2017 non è ancora iniziato, ma le munizioni del governo sono già scariche. Per non deprimere ulteriormente i consumi servono venti miliardi di euro nella prossima legge di bilancio, altrimenti dal primo gennaio 2018 scatteranno gli aumenti dell’Iva e delle accise. Ma un investimento del genere potrebbe anche rivelarsi inutile senza riforme strutturali credibili.

Come sottolineano gli esperti di Prometeia il ciclo dei consumi, che aveva dato il via alla ripresa nel 2013 sta rallentando “sia per il fisiologico venire meno del traino dell’acquisto di auto, ma anche per una maggiore cautela delle famiglie”, mentre “l’aumento dell’occupazione ha probabilmente raggiunto un tetto, la crescita del potere d’acquisto dei salari sarà praticamente nulla, ancorata all’inflazione passata (nulla) e con un’inflazione presente in accelerazione per il venire meno dell’effetto petrolio”.

Gli addetti ai lavori sono convinti che la crescita sarà comunque ridotta rispetto all’ultimo anno “e comunque sarà condizionata alla capacità di mantenere su binari sufficientemente tracciati una finanza pubblica che devierà in misura sostanziale dagli obiettivi dichiarati, visto che il contesto politico renderà più complicato gestire i conti pubblici”.

Da:  https://it.businessinsider.com/


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