giovedì 12 novembre 2015

Avete ancora delle vecchie lire in casa? Ora forse si potranno cambiare.

Sì, no, forse è possibile. Questo lo strano balletto di risposte che stanno ricevendo gli italiani che in questi giorni stanno chiedendo a banche e Poste come si possano cambiare le banconote e le monete in lire che hanno ancora conservato in casa sparse tra cassetti e comò. Tutto nasce dalla sentenza della Corte Costituzionale che il 5 novembre scorso – accogliendo il ricorso di un gruppo di risparmiatori – ha bocciato la norma del Salva Italia del governo Monti (legge 201/2011 art. 26) che anticipava al 6 dicembre 2011 il termine ultimo per poter convertire le vecchie lire in euro, quando la legge del 2002 (introdotta per gestire l’introduzione dell’euro) fissava invece al 28 febbraio 2012 la fine del diritto di cambio.
In altre parole, la Consulta – proprio come è accaduto la scorsa estate con il blocco degli assegni previdenziali deciso sempre dal governo dei professori – ha dichiarato illegittimo un provvedimento nato come misura anticrisi. Anticipando, infatti, di tre mesi la prescrizione della lira, il provvedimento aveva fatto risparmiare allo Stato una cifra stimata tra 1,2 e 1,6 miliardi di euro che, invece di finire nelle tasche degli italiani in possesso delle lire, furono versate da Bankitalia in tre rate nella casse statali per concorrere alla riduzione del debito pubblico. “Ma il fatto che al momento di entrata in vigore del decreto Salva Italia – ha spiegato la Cassazione – fossero già trascorsi 9 anni e 9 mesi dalla cessazione del corso legale della lira non è idoneo a giustificare il sacrificio della posizione di coloro che, confidando nella pendenza del termine originariamente fissato dalla legge, non avevano ancora esercitato il diritto di conversione”.A questo punto la sentenza ha un’immediata conseguenza: la riapertura di una nuova finestra di circa tre mesi durante i quali gli italiani possono tornare nelle filiali della Banca d’Italia e chiedere la conversione di una moneta che in pratica non valeva più nulla ed era considerata carta straccia fino alla scorsa settimana. Proprio come stanno spiegando quasi tutte le associazioni dei consumatori. Peccato, però, che tra il dire e il fare ci sia di mezzo lo stesso veto di Bankitalia che ha smentito questa possibilità, spiegando in un comunicato – e ribadendolo anche a ilfattoquotidiano.it – che “sono in corso approfondimenti per definire le modalità con le quali eseguire la sentenza”. Al momento, quindi, “eventuali richieste di conversione non possono essere accolte”. Come è possibile, quindi, che di circa 300 milioni di banconote ancora in circolazione (secondo gli ultimi dati forniti a fine agosto 2012 dalla Banca d’Italia) non si sappia ancora come e dove cambiarle anche se per il massimo organo di garanzia costituzionale andrebbe fatto subito?
La sentenza della Corte Costituzionale non fornisce una soluzione, ma si limita a cancellare la norma. E al momento tutte le opzioni sono aperte: dalla riapertura di una finestra, alla limitazione del cambio solo per coloro che possano dimostrare di aver cercato di cambiare i titoli durante il periodo in cui questo era ancora consentito dalle norme iniziali.
La risposta si trova, quindi, in un mix di problematiche che vanno dalla solita lungaggine burocratica all’impatto sui conti pubblici con la mancanza di soldi cash per finanziare questa restituzione. Del resto che la coperta sia troppo corta è evidente facendo due conti: nel 2012 Bankitalia spiegava che tra le banconote non ancora restituite mancavano all’appello 196 milioni di pezzi da mille lire, 12 milioni da 100mila lire, 300mila da 500mila lire, 40,6 milioni da diecimila lire, 30,9 milioni da cinquemila e 21,6 milioni per il taglio da duemila. Un gruzzoletto che, euro in più euro in meno – calcolando anche l’enorme quantità di vecchie monete rovinate, perse o andate distrutte – secondo alcuni esperti ammonta a circa 2.500 miliardi di lire, pari a un miliardo e 300 milioni di euro, che ora lo Stato – con una semplice partita di giro – dovrebbe dare a Bankitalia per consentirgli di convertire le monete.
“Nel fare chiarezza rispetto ad informazioni devianti e fuorvianti, secondo le quali la sentenza della Corte Costituzionale sarebbe un optional per i possessori di lire in banconote e monete”, Adusbef e Federconsumatori, a sentenza ancora calda, hanno invitato “i cittadini che volessero convertirle, a recarsi da oggi e per circa tre mesi, in uno sportello della Banca d’Italia e pretendere il cambio in euro. Molti se ne saranno disfatti o vogliono collezionarla, ma i valori in lire ancora non rientrati, si aggirano tra 1,2 ed 1,4 miliardi di euro”.
“Peccato che – sottolinea Massimiliano Dona, segretario dell’Unione Nazionale Consumatori – di questi soldi non ci sia traccia e che le autorità competenti, in un rimpallo di responsabilità tra Bankitalia e ministero dell’Economia, stiano nicchiando dietro la scusa di necessari approfondimenti. Con un evidente risultato: il tempo passa e così potrebbe sfuggire l’opportunità per i possessori della vecchia moneta di richiedere la conversione”.
La sentenza della Consulta va, infatti, interpretata e la Banca d’Italia non può darle seguito autonomamente senza l’intervento del ministero dell’Economia che con un decreto attuativo dovrebbe spiegare come e per chi sarà possibile convertire le vecchie lire. “Ma forse – spiega invece Fabio Picciolini, responsabile ufficio studi e progetti di Adiconsum – potrebbe addirittura servire una legge, proprio come avvenne nel 2012 quando si chiese a Bankitalia, che ha solo un ruolo esecutivo, di consegnare allo Stato il miliardo e trecento milioni. Quella legge è, infatti, ancora in vigore e non è stata toccata dalla sentenza della Consulta”.
C’è, infine, un altro punto da chiarire: quando far partire i tre mesi messi a disposizione dalla Consulta per presentarsi agli sportelli bancari per cambiare le lire? Se venisse confermato che il countdown parte dal giorno di pubblicazione della sentenza, giovedì 5 novembre 2015, le possibilità dello Stato di tenersi il tesoretto aumenterebbero a dismisura.

Fonte Il Fatto Quotidiano

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